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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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Allo stato attuale non ci e' dato sapere se e in che misura quelle vicende influirono sull'atteggiamento assunto dalla Santa Sede e dall'episcopato italiano  nei confronti della base missilistica di Comiso. Fino all'acquisizione di dati sicuri e definitivi, l'analisi storica potra' solo registrare la concomitanza dei fatti, formulare qualche fecondo interrogativo e avanzare una ragionevole ipotesi di lavoro  sui possibili motivi ispiratori di quella linea di prudenza che sul "caso Comiso", a differenza della piu' netta presa di posizione sulla legge dello Stato che consentiva l'interruzione della gravidanza (confermata dal referendum del 17 maggio 1981), caratterizzo' l'orientamento di quasi tutto l'episcopato italiano.[55]

I numerosi gruppi aderenti al movimento per la pace chiesero ai vescovi un linguaggio piu' "profetico" e una piu' severa ed esplicita condanna, oltre che dei missili nucleari in quanto tali, della stessa logica politica e militare che li aveva generati. Occorre tuttavia chiedersi se nel concreto contesto storico in cui tale dibattito si sviluppo' era realistico ipotizzare una diversa modalita' d'intervento che avrebbe esposto la Chiesa al rischio di una sua grave marginalizzazione proprio in quell'area politico-diplomatica che - a fronte del piu' problematico rapporto con il blocco sovietico - garantiva ai vertici ecclesiastici una piu' ampia sfera di azione e un'effettiva liberta' di espressione. Piu' in generale, la domanda riguarda il linguaggio della profezia e la possibilita' che essa si adatti - oltre che all'immediatezza del «movimento» - anche ai canali, ai vincoli e ai ritmi propri dell'«istituzione».

3. Il conflitto delle interpretazioni

 3.1. Presentando su La Civilta' Cattolica le due anime del pacifismo cattolico,[56] F. Lombardi sottolineo' l'esigenza del dialogo e della reciproca comprensione: «Bisognera' rinnovare gli sforzi per capirsi, allargare e approfondire prospettive intellettuali e spirituali, vedere dove c'e' vera incompatibilita' e dove piuttosto complementarita'. E' il compito aperto della costruzione quotidiana della pace nell'informazione, nella formazione, nella ricerca spirituale; perche' - effettivamente - marciare non basta, o meglio, marciare fisicamente non puo' essere che il simbolo di un continuo marciare intellettualmente e spiritualmente».[57] Mi pare di potere affermare che a Comiso quell'istanza non fu raccolta e che l'auspicato sforzo di elaborazione del "simbolo comune" cedette il passo - dall'una e dall'altra parte - ora all'analisi parziale ora al bisogno di affermazione  dei rispettivi modelli culturali e politici di riferimento.[58]

F. Lombardi aggiunse che «il fatto che non tutti ritengano oggi di poter convergere a proposito di un tema cosi' tendenzialmente unitivo come la pace, e' oggettivamente una sfida che non puo' lasciare tranquilli ne' gli uni ne' gli altri».[59] A mio parere pero' la divergenza era inevitabile e, al di la' della specifica questione dei missili a Comiso, era riconducibile a visioni teologiche, politiche e pastorali assai diverse e, per certi versi, contrapposte. Il conflitto fu dunque reale e talvolta anche duro ma, piu' che su questo o quell'altro aspetto particolare del «problema-Comiso», esplose in modo vivace soprattutto sul piano culturale delle preliminari definizioni e delle interpretazioni.[60] Per fermarci ad un esempio, mons. Rizzo e i parroci di Comiso ritennero che la presenza di una chiesa nella base Nato, con la dedica a «Cristo nostra pace», costituisse da sola il piu' idoneo e piu' pregnante segno di contestazione di ogni progetto di guerra nucleare.

Dal canto loro, i pacifisti sostennero invece che quella funzione profetica. sarebbe stata meglio assicurata da un tempio posto al di fuori della base nucleare, come luogo di incontro sia dei militari che dei comuni cittadini (e degli stessi pacifisti) e che, in quel particolare contesto storico segnato da una diffusa ribellione morale e civile nei confronti delle armi nucleari, l'iniziativa «religiosa» della Nato e la partecipazione ufficiale del vescovo erano, se non da censurare in assoluto, da considerare inopportune quantomeno nella forma in cui erano state progettate ed attuate.

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