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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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3.2. La divergenza non riguardo' solo la costruzione della chiesa nella base militare, ma si estese anche al problema piu' generale della scelta delle sedi in cui manifestare per la pace. Da una parte i cattolici aderenti al movimento identificarono Comiso come "luogo teologico" e di sfida profetica all'«idolo nucleare»; dall'altra parte il vescovo di Ragusa sostenne che occorreva manifestare non davanti alle basi militari, bensi' nei luoghi politici della loro progettazione e nelle principali capitali del potere internazionale.[61] Si deve inoltre ricordare che mons. Rizzo vedeva dietro a tutte le manifestazioni pacifiste l'ombra dell'Unione Sovietica e del Pci e che pertanto gran parte dei suoi giudizi sulle iniziative pacifiste erano di fatto mediate da questa sua particolare precomprensione. Fu cosi' che, fra l'altro, si giunse perfino alla proposta di una sorta di rovesciamento del linguaggio simbolico: ai pacifisti si suggeriva di «marciare a Varsavia» per contestare la base missilistica di Comiso, mentre nella citta' siciliana dei Cruise furono organizzati (e sostenuti dallo stesso vescovo) dibattiti e manifestazioni «pro Polonia». Per la verita', mons. Rizzo era tutt'altro che insensibile al valore del segno di pace posto, oltre che nelle sedi del superiore potere politico, anche nelle basi militari; tant'e' che giustifico' il progetto dell'erigenda chiesa all'interno del «Magliocco» con una motivazione che oggettivamente era affine al linguaggio e alle iniziative dei pacifisti: «dedicare a "Cristo nostra pace" una chiesa in una base di missili e' una provocazione di fede, una forma quasi paradossale di preghiera: "Tu che sei il Dio della pace, proprio qui devi farti valere"».[62]

Oggi sembra ragionevole chiedersi come sia stato possibile sostenere l'inutilita' della scelta pacifista di Comiso come luogo di contestazione delle armi nucleari, col contestuale invito a marciare nelle capitali del potere mondiale, affermando al tempo stesso l'efficacia profetica di una «provocazione di fede» rivolta dal vescovo al «Dio della pace» all'interno della base comisana («proprio qui devi farti valere»). In virtu' di quale presupposto teologico o politico, al vescovo era consentito contestare i missili dall'interno della base militare, mentre i pacifisti avrebbero dovuto orientare le loro manifestazioni verso sedi molto distanti da Comiso? La contraddizione, forse sfuggita allo stesso mons. Rizzo, puo' essere tuttavia facilmente risolta se si pensa che a Comiso i simboli della pace furono definiti all'interno di prospettive culturali e politiche diverse e talora contrapposte: il «segno di contraddizione» posto da mons. Rizzo puntava solo alla radice morale del problema dei missili,[63] scavalcando il piano intermedio delle decisioni governative e parlamentari che ne avevano reso possibile l'installazione;  i pacifisti invece marciavano a Comiso - oltre che in altri «punti caldi» del continente europeo -  non solo per meditare sulla radice morale dell'odio e della violenza, ma anche per protestare in modo simbolico contro il progetto missilistico nel suo complesso, e in posizione dialettica anche nei confronti delle scelte operate dalle autorita' della Nato e ratificate dal Governo italiano.

3.3. Del resto, un altro terreno di scontro (anche in ambito ecclesiale) fu proprio quello politico e militare. I cattolici che in qualche modo approvarono l'iniziativa della Nato, respinsero la prospettiva del disarmo unilaterale, richiamandosi al principio della deterrenza gia' enunciato dal Concilio e riproposto negli ultimi anni da Giovanni Paolo II e da varie conferenze episcopali.[64] Di ben altro avviso furono i movimenti per la pace i quali segnalarono sia l'ambiguita' che il carattere illusorio di quel progetto, tenuto anche conto dell'impossibilita' - specie a partire dalla direttiva n. 59 del presidente americano Carter - di interpretare in termini di «strategia della dissuasione» il piano di riarmo atomico predisposto dalla Nato, che varie e autorevoli fonti politico-militari tendevano invece a collocare nella nuova prospettiva della cosiddetta «guerra di teatro» tutta orientata verso obiettivi determinati. Al riguardo, era opinione diffusa tra i pacifisti che la base di Comiso fosse strategicamente collegabile all'ipotesi di un possibile scontro programmaticamente circoscritto al bacino del Mediterraneo, al Nord Africa e al Medio Oriente. D'altro canto si riteneva da parte pacifista che il giudizio di «legittimita' morale» della strategia della dissuasione formulato dal Magistero indicasse solo un limite massimo di possibilita' consentite, comunque non vincolante in coscienza per chi, nella gravissima prospettiva pratica di una guerra nucleare, non intendeva desumere le proprie analisi e i propri modelli di comportamento da un'astratta - ancorche' autorevole - enunciazione dottrinale. La corsa al riarmo era poi generalmente vista come la conseguenza inevitabile di un piu' generale conflitto ideologico che collocava le due superpotenze in una dimensione, oltre che politica e militare, anche etica e quasi metafisica[65]. E' nota l'espressione «impero del male» rivolta all'Urss dal presidente americano Ronald Reagan al quale, dal canto loro, i movimenti per la pace attribuivano una visione tendenzialmente totalizzante sia sotto il profilo politico che in ambito religioso.[66]

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