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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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3.4. Tutt'altro che convergente fu poi nel mondo cattolico il giudizio sui movimenti pacifisti, sul loro linguaggio, sulla loro particolare forma di impegno per la pace (che si estrinsecava anche attraverso le marce e le manifestazioni di massa), e sul ruolo svolto al loro interno dai cattolici che vi aderirono o che ne furono i principali promotori. Da una parte si guardo' ad essi con diffidenza e dall'altra non mancarono voci, anche autorevoli, che ne evidenziavano i meriti e l'efficacia. Secondo mons. Rizzo, le manifestazioni di massa erano inutili, ambigue e maggiormente esposte alla violenza e alla strumentalizzazione politica, mentre per il vescovo di Molfetta mons. Tonino Bello l'impegno del movimento per la pace era «Buona Notizia che la pace e' ancora possibile ed e' un dovere per tutti proclamarla [soprattutto in un momento difficile come questo] in cui molti pensano che oggi questa moda di discorrere sulla pace stia calando, tanto non serve a niente ...». Non meno positivo fu l'orientamento dell'arcivescovo di Palermo card. Salvatore Pappalardo  il quale, rispondendo all'invito rivoltogli dai tre sindacati Cgil-Cisl-Uil e dalle Acli in occasione della marcia regionale del 29 novembre 1981 a Palermo, scrisse: «Richiesto di un messaggio in occasione della manifestazione per la pace, lo invio volentieri con l'augurio di larga e convinta partecipazione. Come si potrebbe non essere solidali su un tema di cosi' fondamentale importanza?» .[67]

Il motivo profetico della «pace possibile», enunciato da mons. Bello, fu condiviso e sviluppato a Comiso dalla Comunita' parrocchiale Maria SS. Annunziata (una delle due maggiori chiese della citta') la quale, a partire dalla Pasqua del 1979,  «volendo aderire  anche con modalita' proprie - scrive mons. Giovanni Battaglia - al vasto movimento pacifista di sensibilizzazione alla pace [...] oriento' tutto il discorso pedagogico, culturale e di evangelizzazione sul tema della pace, della giustizia, del rispetto della vita, ecc..». Nella Pasqua del 1982 la medesima comunita' predispose un denso programma di iniziative culturali, artistiche e di solidarieta' «che, durante tutto l'arco dell'anno accompagnarono e scandirono i vari tempi liturgici e anche le fasi civili». Furono indetti due concorsi, uno artistico (per il manifesto della Pasqua Comisana) e uno letterario, su scala nazionale, incentrato sul tema: «La speranza e' la decisione militante di vivere con la certezza che noi non abbiamo esplorato tutti i possibili, se non tentiamo l'impossibile» (R. Garaudy). Alla luce di quest'affermazione «si chiedeva di individuare quale altra via, alternativa alle armi, sembrava possibile, per organizzare una difesa civile e non violenta della pace». Fu inviata copia del manifesto con lettera d'invito a tutte le testate televisive e della carta stampata a livello nazionale e alle comunita' cristiane di tutta Italia. All'invito risposero con messaggi di adesione simbolica anche parecchi vescovi e prestigiosi esponenti del mondo della cultura e della politica.  Su quella scia, il celebre pittore comisano Salvatore Fiume si fece a sua volta promotore di un altro concorso per un nuovo manifesto della pace «a piu' alto livello artistico, nell'intento di fondare a Comiso un "Museo della Pace", dove si sarebbero dovute raccogliere opere di artisti famosi». Il programma di educazione alla pace sviluppato dalla Parrocchia dell'Annunziata culmino' nella festa della «Pace» che fu celebrata, secondo la tradizione comisana,  in coincidenza con la Pasqua del 1983.[68]

Invece negli interventi del vescovo di Ragusa fu sistematico il tentativo di porre una netta linea di demarcazione tra le iniziative del movimento per la pace (da lui definite «pacifismo unilaterale, a senso unico, propagandato dai pacifisti che calano dal Nord[69] [e stimolato] da una vera psicosi della paura e da una forma di isterismo collettivo collegabile, forse, al vuoto di ideali, al nichilismo disfattista imperante») e l'atteggiamento - a suo parere, piu' lucido e piu' pacato - della comunita' comisana, e piu' in generale di tutta la diocesi iblea, nell'ambito della quale, affermo' il vescovo, «il panico non e' cosi' generalizzato come si vorrebbe far credere. E non per ignoranza delle persone. Sono informate sia dei pericoli che della follia e dello scandalo costituiti dalle spese per le armi di morte». [70] Di opinione opposta era, al riguardo, L. Sciascia il quale nella citata intervista affermo': «Proprio in questi giorni sono stato nel Ragusano e ho visto gente atterrita. A parte forse qualche commerciante che si illude, io ho visto persone veramente spaventate: l'impiegato, il professore ...».

La definizione del pacifismo come fenomeno estraneo alla cultura del popolo siciliano e' implicitamente presente anche in L. Sciascia secondo il quale «in Sicilia i pacifisti [erano] visti piuttosto male. E' sempre la solita storia - affermo' lo scrittore -  i siciliani non tollerano l'intrusione di altri nelle loro faccende. E poi questo mondo del pacifismo esteriore, conclamato e' pittoresco e irritante».[71] Come si puo' notare, la tesi di Sciascia - pur muovendo da presupposti autonomi - era, sotto il profilo della critica al pacifismo, sostanzialmente convergente alle valutazioni di mons. Rizzo. Si coglie nell'analisi dello scrittore (come in quella di mons. Rizzo) la tendenza a formulare la questione dei missili in modo riduttivo in termini di «faccenda propria dei siciliani» o, piu' semplicemente, dei comisani.

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