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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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In quel contesto sfuggi' a Sciascia la necessita' di interpretare la presenza della base Nato a Comiso  secondo categorie non riconducibili a taluni «tópoi letterari», notoriamente presenti nella sua produzione culturale, che lo spingevano a inglobare tutto (fatta eccezione per il linguaggio, a suo parere intrusivo e irritante, dei pacifisti) nell'immagine, a lui congeniale, della Sicilia come metafora e come luogo di «una non violenza tutta introversa che genera e assicura la violenza esterna» - da lui riproposta nel corso del convegno Invece dei missili che egli, pur criticandola, aveva - forse inconsciamente - introiettata. Nessuna meraviglia, dunque, se poi il mondo del «pacifismo esteriore e conclamato» gli apparve «pittoresco e irritante» e che nella sua breve analisi risultarono del tutto assenti sia la dimensione internazionale del problema di una possibile guerra nucleare sia il conseguente diritto di ogni «cittadino del mondo» a marciare anche a  Comiso (con o senza il consenso dei siciliani).

Coloro i quali si opposero al programma di militarizzazione del territorio ibleo evidenziarono inoltre i gravi rischi rappresentati dai Cruise per l'economia e per la stessa integrita' morale e sociale delle popolazioni ragusane.[72] Mons. Rizzo non si impegno' molto su quel piano di lettura e preferi' piuttosto insistere sui presunti riflessi negativi della presenza dei pacifisti nel territorio ibleo. Particolarmente duro nei confronti del movimento per pace fu il suo messaggio natalizio del 1982 nell'ambito del quale - riproponendo le critiche gia' mosse ai pacifisti nel discorso del 16 dicembre -  affermo' che «questa terra violentata per la scelta operata, con la ferita al fianco della base in costruzione non gradisce, forse, di essere con tanta frequenza calpestata dai piedi impietosi dei marciatori e molestata dalle grida scomposte ispirate piu' dalla violenza e dall'odio di parte che non dall'amore per la pace».[73] E dopo avere ribadito il suo personale convincimento che l'epica lotta tra le due contrapposte potenze si sarebbe risolta in Polonia «la piu' orientale delle nazioni occidentali e la piu' occidentale delle orientali», rivolse ai pacifisti un invito: «Si guardi, dunque, a Varsavia e non a Comiso. Si marci verso Ginevra o Bruxelles e le pressioni sociali si facciano sulle piazze di Mosca e New York! Che ci si lasci in pace!».[74]

Generalizzando singoli episodi o fenomeni circoscritti ad alcune frange di cosiddetti pacifisti, l'avversa propaganda politica tento' di screditare il movimento nel suo insieme presentandone i programmi e le iniziative in termini di «pacifismo parziale e a senso unico».[75] E cio', malgrado che i documenti prodotti dal movimento attestassero il rifiuto coerente e convergente di tutto il piano di riarmo deciso dai governi e la condanna di tutti i missili, sia gli occidentali Pershing e Cruise sia i sovietici SS20. Occorre partire da queste premesse se si vuole interpretare in modo corretto l'effettiva ispirazione dell'ondata di pacifismo che negli anni '80 attraverso' il vecchio continente e spinse milioni di persone a protestare apertamente, oltre che nelle principali capitali europee, anche davanti alle basi militari in cui il piano di riarmo deciso dai governi stava trovando concreta attuazione.

A sostegno dell'accusa di unilateralita' e di subalternita' politica rivolta al movimento per la pace si citavano fonti bene informate che attestavano in modo irrefutabile l'esistenza di una regia sovietica ispiratrice e manipolatrice di tutte le iniziative degli «ingenui pacifisti».[76]
Oggi, a distanza di quasi un ventennio, il giudizio puo' forse essere formulato in modo piu' distaccato e sereno. Non sarebbe infatti ragionevole negare, all'interno di un fenomeno cosi' vasto e incontrollabile, come quello del pacifismo degli anni '80, la presenza di contaminazioni politiche e ideologiche, di infiltrazioni esterne e di tentativi di strumentalizzazione messi in atto dall'Urss. Anzi, da un recente studio di Fabio Giovannini risulterebbe che Markus Wolf, ex capo della temutissima «Stasi», aveva fra l'altro anche il compito di gestire «l'appoggio, nel 1981, al gruppo dei "Generali per la pace", ex ufficiali della NATO passati a posizioni pacifiste.[77] Tra costoro l'italiano Nino Pasti, col suo gruppuscolo "Lotta per la pace".
Secondo M. Stefanini «La massa di mezzi ostentata dal gruppuscolo di Pasti, forse per "ricattare" il Pci, dimostra che l'Urss, pompava alla campagna soldi in maniera diretta. I documenti del "dossier Bukovski" permettono di ricostruire alcune vicende di quel Fondo della pace, creato dal governo sovietico con 400 milioni di rubli l'anno, dei quali almeno 140 erano spesi direttamente in Occidente. Al cambio di allora, 35 milioni di dollari».[78]

Tuttavia questa doverosa constatazione non puo' essere correttamente utilizzata a sostegno di una ricostruzione storica dei fatti che tentasse di risolvere tutto il movimento pacifista in un'unica matrice ideologica e politica, sorvolando sull'assoluta autonomia dei percorsi culturali e degli stili espressi dai numerosi gruppi che ne furono protagonisti effettivi[79].

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