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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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1.6. Il vescovo di Ragusa mons. Angelo Rizzo, pur non sconfessando ufficialmente le iniziative di preghiera promosse dal movimento per la pace, dichiaro' in varie sedi di non condividerne ne' la forma pubblica ne' i motivi, a suo parere, propagandistici che le ispiravano.[27] Il contrasto sul piu' idoneo intervento della comunita' ecclesiale nella questione dei missili a Comiso esplose in modo pubblico e clamoroso a seguito della cerimonia della posa della prima pietra per l'erigenda chiesa all'interno della stessa base Nato (23 dicembre 1983). Quella liturgia, presieduta da mons. Rizzo, divenne presto oggetto di dibattito e di vivaci contestazioni. Nei giorni immediatamente successivi alla cerimonia un nutrito gruppo di sacerdoti, laici, gruppi e movimenti cattolici operanti nel capoluogo ibleo comincio' a riunirsi nella sede della «ex-Fuci»[28] per la stesura di un documento di formale dissenso nei confronti, oltre che del gesto rituale compiuto dal vescovo, dell'erigenda chiesa nel suo insieme. La complessita' e la particolare delicatezza dell'argomento suggerirono ai promotori dell'iniziativa di subordinare il bisogno di un immediato intervento alla non meno importante ricerca di una formula che fosse capace di coniugare la chiarezza del dissenso con la sobrieta' del linguaggio, la forza della denuncia del progetto in se' con il doveroso rispetto per la persona e le intenzioni del vescovo. Per tale ragione il documento pote' essere diffuso solo a partire dall'11 gennaio 1984 (nella forma di una Lettera aperta ai cristiani di Ragusa) e, per effetto di tale ritardo, fu poi erroneamente interpretato dall'opinione pubblica in termini di semplice sviluppo emotivo di altre piu' tempestive iniziative di protesta.[29]

D. Giancarlo Griggio (all'epoca vicario cooperatore della parrocchia S. Paolo Apostolo di Ragusa), ispirandosi alla bozza della lettera aperta che circolava gia' da una settimana  in forma riservata tra i gruppi piu' direttamente interessati all'iniziativa, e anticipandone i concetti essenziali, il 30 dicembre - durante la preghiera dei fedeli della messa conclusiva dell'assemblea diocesana - e il giorno dopo, nel corso dell'omelia di Capodanno, critico' pubblicamente il rito di benedizione presieduto dal vescovo, qualificando come «tempio di Marte» l'erigenda chiesa nella base missilistica.

La notizia fu raccolta da un cronista, corrispondente locale del quotidiano La Sicilia e dell'Agenzia ANSA, e venne subito trasmessa ai principali organi di stampa nazionali e internazionali. L'autonoma iniziativa di don Griggio e il suo tentativo di personalizzare la protesta non giovarono al normale sviluppo della Lettera aperta ai cristiani di Ragusa, che dovette subire un ulteriore rinvio a causa dei necessari aggiustamenti imposti da quell'imprevisto intervento e fu poi, se non ignorata del tutto, segnalata in modo scarno e distorto, dai grandi quotidiani nazionali, come semplice documento di adesione all'intervento del giovane sacerdote.[30]
Frattanto lo scrittore Leonardo Sciascia, sollecitato ad esprimere una sua opinione personale sul gesto rituale di mons. Rizzo, aveva affermato: «E' la solita storia della politica della Chiesa che benedice anche le bandiere di guerra.

E pero' le cose che la Chiesa fa in un senso o nell'altro ormai non contano tanto».[31] Il prestigio del personaggio contribui' a dare a quell'intervento una risonanza eccessiva. Oggi pero' il rilievo formulato da L. Sciascia appare concettualmente e storicamente insostenibile sia nei suoi termini generali, come giudizio sommario sulla «politica della Chiesa», sia in relazione all'effettivo significato dell'iniziativa di mons. Rizzo. Piu' corretto e meno approssimativo sotto il profilo dei riferimenti storici mi sembra invece il rilievo di F. M. Stabile secondo il quale negli ultimi sessantanni «un atteggiamento meno zelante nelle parate ufficiali e piu' oculato nelle benedizioni avrebbe risparmiato alla chiesa, e quindi alla credibilita' del suo annunzio, tante pesanti accuse di ambiguita', se non di connivenza, verso il regime fascista, certi partiti e uomini politici, certo equivoco potere economico».[32]

Al vescovo di Ragusa pervennero attestati di solidarieta' e insieme di dissenso da parte di sacerdoti, gruppi cattolici, movimenti e singoli intellettuali. I parroci di Comiso si schierarono dalla parte del vescovo mentre il clero del capoluogo ibleo, convocato d'urgenza, espresse a stragrande maggioranza un giudizio piu' articolato: di dissenso nei confronti dell'iniziativa del vescovo e al tempo stesso di non adesione al metodo proposto dai promotori della Lettera aperta. I parroci di Comiso non stilarono un documento, ma espressero il loro pensiero attraverso dichiarazioni personali che furono diffuse dal quotidiano La Sicilia. Solidarieta' al vescovo fu espressa pure da un gruppo di laici del capoluogo variamente collegati a «Comunione e Liberazione» e agli ambienti culturali e politici di centrodestra.[33]

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