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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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«A nostro giudizio, giustificare o minimizzare, sul piano morale, il possesso di armi nucleari, significherebbe non soltanto aderire ad un'aberrante concezione dei rapporti internazionali ma anche e soprattutto, negare la realta' stessa di Dio creatore, amante della vita e delle sue opere. [...] La chiesa di Dio che e' in Ragusa, nonostante le insistenti sollecitazioni rivolte al vescovo da sacerdoti e laici, non si e' ancora pronunciata sulla base missilistica di Comiso. Le uniche prese di posizione ufficiali finora registrate riguardano esclusivamente le critiche alle iniziative pacifiste (ivi comprese quelle promosse da sacerdoti e laici impegnati), gratuitamente giudicate "a senso unico". In tal modo ci si e' sottratti al dovere morale e profetico di dare un nome al "vitello d'oro" che si sta costruendo a Comiso [...] Il tempio sara' ironicamente intitolato "Cristo nostra pace", con la stessa logica con cui duemila anni fa Ponzio Pilato consenti' che sulla croce venissero incise le parole: "Gesu' Nazareno Re dei Giudei" [...] Non e' la prima volta che "Erode " mostra interesse per il Messia. La motivazione ufficiale e' quella di sempre: adorare il bambino (Mt 2, 8). Pero' l'intenzione vera e' un'altra: sbarazzarsi di una presenza tanto scomoda. Non e' la prima volta che il tentatore sfida la santita' del Figlio di Dio chiedendogli di prostrarsi davanti a lui in adorazione nella prospettiva del possesso di "tutti i regni del mondo con la loro gloria" (Mt 4, 8-10). Al contrario di quanto si vorrebbe far credere, la base di Comiso e' solo un luogo di distruzione e di peccato incapace di esprimere valori positivi e del tutto estraneo (oltre che alla cultura e al patrimonio di fede della nostra isola) alle piu' autentiche istanze di giustizia e di pace presenti oggi nel mondo. I principali obiettivi dei missili che vi saranno installati sono infatti i paesi in via di sviluppo, ivi compresi quelli del gia' tormentato Medio Oriente [...]».

L'analogia col gesto di Pilato e il richiamo all'ambigua religiosita' di Erode erano, nelle intenzioni degli autori della Lettera aperta, metaforicamente attribuite alle autorita' della Nato, e non a mons. Rizzo come invece si penso' negli ambienti della curia diocesana. Del resto, si apprese solo in un secondo tempo che il titolo della chiesa era stato proposto proprio dal vescovo. Inoltre, il documento contestava al massimo responsabile della diocesi di avere proceduto a quella benedizione sulla base di un ordinario atto amministrativo, che non teneva conto della peculiarita' della situazione, e senza alcuna preliminare consultazione dei suoi piu' stretti collaboratori e del Consiglio presbiterale. Infine, precisando di non avere voluto con la loro critica alla benedizione solenne di quella prima pietra «negare il diritto dei militari all'assistenza religiosa» - che a loro giudizio andava «proposta in forme nuove e programmata comunitariamente a livello diocesano» - espressero «il loro dolore per il fatto che il gesto del vescovo, cosi' com'era stato posto, appariva a molti credenti e non credenti come la legittimazione dei missili» .[39]

Quest'ultimo rilievo fu suggerito dal timore che la partecipazione ufficiale del vescovo alla cerimonia - al di la' delle effettive intenzioni pastorali che l'avevano ispirata - potesse essere percepita all'esterno della diocesi come una scelta simmetrica alle valutazioni soggettive con cui mons. Rizzo, contestualmente alla condanna morale dei missili in quanto tali, aveva piu' volte ostentato un orientamento personale palesemente filoccidentale, censurando tutte le iniziative dei pacifisti e giustificando sotto il profilo politico-militare il piano di riarmo predisposto dalla Nato («se li togliessimo [i missili] solo da una parte, daremmo spazio alla parte avversa, all'avversario, e questo non sarebbe giusto»).[40] Peraltro l'ipotesi dell'ispirazione fondamentalmente "politica" delle scelte operate dal vescovo trova un significativo riscontro proprio in quel suo richiamo alla categoria dell'«avversario», che in ambito pacifista era ritenuto poco evangelico e poco ecclesiale.

I firmatari della Lettera aperta chiedevano infine un riesame del «nulla osta» vescovile alla costruzione della chiesa, la «restituzione» ai poveri della somma di quattro miliardi gia' stanziata per la costruzione di quella struttura e l'organizzazione di «un convegno diocesano, aperto a tutto il popolo di Dio, per un'adeguata analisi dei problemi posti dalla costruzione della base missilistica» [41].
1.7. Su tutta quella vicenda gli altri vescovi siciliani adottarono un atteggiamento di disimpegno e di indecifrabile silenzio che fu mantenuto, malgrado le aspettative della curia iblea, perfino nel corso del convegno delle Chiese di Sicilia «Una presenza per servire - Le Chiese di Sicilia a 20 anni dal Concilio verso il 2000» (Acireale 25 febbraio-1 marzo 1985).[42] Emblematico appare quanto, al riguardo, ebbe a scrivere mons. Giovanni Battaglia, presidente della Caritas e coordinatore responsabile del Comitato diocesano per il Convegno delle Chiese di Sicilia, in una nota di cronaca pubblicata, a conclusione del convegno, sul Bollettino Ecclesiastico della Diocesi di Ragusa: «Sul piano delle emergenze non e' stato taciuto il peculiare problema della base missilistica di Comiso, che tanto affligge la nostra Chiesa, per la non sempre univoca interpretazione dei problemi da essa indotti e delle strategie pedagogiche e pastorali da adottare per educare alla pace il nostro popolo senza entrare nello specifico di problemi per i quali la Chiesa non ha ne' la competenza ne' la forza di intervenire.

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