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Pagine di Pace

Chiesa e movimento per la pace a Comiso

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In proposito nella relazione[43] venne espressamente lamentato che "La Chiesa Ragusana, riguardo alla base missilistica, lamenta di essere stata lasciata sola, di non aver avuto il conforto incisivo delle altre Chiese sorelle"».[44]
Non sfuggira' la sostanziale convergenza di tale rilievo al motivo centrale del messaggio che qualche anno prima era stato inviato ai vescovi siciliani dai partecipanti al convegnoInvece dei missili. Ritengo che il «silenzio» dell'episcopato italiano - forse causa e insieme effetto delle scelte operate dalla Chiesa ragusana -  costituisca uno dei nodi storici e storiografici tuttora irrisolti di tutta la  questione della base missilistica a Comiso.

In vista della stesura della presente relazione ho chiesto direttamente a mons. Rizzo di potere accedere al suo archivio personale, oltre che per una piu' esauriente esposizione dei fatti, anche al fine di porre la mia delicata indagine al riparo dal possibile rischio dell'analisi parziale e unilaterale. Purtroppo le sue non buone condizioni di salute, unitamente alla necessita' di una migliore sistemazione della massa di documenti da lui raccolti in ventisette anni di ministero episcopale, non gli hanno ancora consentito di esaudire la mia richiesta. Pertanto, in mancanza di piu' solidi supporti archivistici, ho dovuto circoscrivere il mio impegno di ricerca entro il ristretto perimetro dell'esame dei dati «ufficiali» gia' acquisiti e dell'opportuna riflessione sui nodi ancora irrisolti della «questione-Comiso».

Introducendo il testo della gia' citata intervista concessa da mons. Rizzo al settimanale Il Sabato, G. Di Fazio accenno' a vari tentativi fatti dal presule «per sollecitare i suoi confratelli italiani a promuovere un'azione comune. Come  nell'ultima assemblea generale della CEI - aggiungeva Di Fazio - dove il suo appello e' stato favorevolmente accolto». L'intervistatore (presumibilmente gia' informato dallo stesso mons. Rizzo) si riferiva con tutta probabilita' all'assemblea ordinaria annuale della CEI che si era svolta a Roma nei giorni 11-16 aprile 1983; dunque, parecchi mesi prima della tanto discussa cerimonia di benedizione della prima pietra della costruenda chiesa nella base Nato di Comiso.
Poiche' l'auspicata «azione comune» non ci fu - o, nel migliore dei casi, si espresse solo in modo indiretto e privato - sembra oggi ragionevole porre qualche domanda: perche' l'appello lanciato da mons. Rizzo resto' circoscritto entro quel particolare ambito assembleare e non si tradusse mai in una presa di posizione ufficiale da parte ne' della CEI ne' della Conferenza Episcopale Siciliana? Cautele ispirate dall'«alto» (dalla S. Sede) e precedentemente concordate tra mons. Rizzo e tutti gli altri vescovi o presa di distanza da talune scelte, di merito e di metodo, poi operate dal vescovo di Ragusa e che altri settori dell'episcopato non condivisero? Presenza di linee non convergenti all'interno della CEI o sottovalutazione della «questione-Comiso» come problema pastorale di tutta la chiesa italiana? Volontaria autoesclusione del superiore organismo episcopale da un dibattito che, a tratti, mostro' la tendenza a scadere su un terreno di confronto riconducibile a problematiche interne alla diocesi iblea?[45]

Per quanto riguarda poi i termini del dissenso che, all'inizio degli anni '80, contrappose mons. Rizzo al movimento per la pace, occorre ricordare che la base missilistica fatta installare dalla Nato e dal Governo italiano nel territorio ibleo fu solo l'occasione e il fattore scatenante di un confronto dialettico tra due culture assai diverse e difficilmente componibili che in altri momenti e in altre sedi erano gia' approdate a ben piu' radicali espressioni di reciproca delegittimazione. A tutto cio' si aggiunga l'insieme degli elementi connessi al particolare stile pastorale di mons. Rizzo il quale, al tempo della disputa sulla base Nato di Comiso, interpretava ancora il proprio ruolo ispirandosi ad una definizione di chiesa gia' da lui illustrata, fin dall'inizio del suo ministero episcopale (1974), mediante un «organigramma a cerchi concentrici» che collocava il vescovo nella zona centrale e tutti gli altri organismi diocesani nelle fasce periferiche. Nella sezione di quello stesso documento dedicata alle «note esplicative dell'organigramma» il nuovo pastore della diocesi aveva precisato di avere voluto in tal modo proporre un'immagine di «chiesa comunionale», alternativa ai vecchi e ormai superati modelli di tipo «piramidale e verticistico», e di volersi nel contempo impegnare a «tenere in gran conto la collaborazione e la corresponsabile partecipazione di tutti i membri della comunita' ecclesiale».
Sul piano della prassi pero' quella dichiarazione programmatica si era spesso tradotta, e continuo' a tradursi anche negli anni successivi, in una sorta di "centralismo direttivo e unidirezionale" (dal vescovo alla diocesi) che molto spesso lo aveva indotto a proporsi come interprete unico delle piu' delicate emergenze diocesane. Muovendo da tale presupposto, mons. Rizzo affermo' che l'assemblea diocesana straordinaria sui problemi posti dalla base Nato di Comiso, benche' richiesta da numerosi sacerdoti e laici, non presentava a suo parere alcun carattere di necessita': «su tale argomento - era solito dire - non c'e' nulla da discutere e tutto e' gia' definito dal magistero sociale della Chiesa».

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