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Comiso: una croce, tante croci

"Questa memoria è stata pubblicata su AA.W, Per una pedagogia della pace, Ecp, Fiesole, 1993 ed è disponibile nel servizio Documentazione, n. A. 25 del Cipax, Via Ostiense 152, 00154 Roma; e.mail: cipaxroma@virgilio.it

Via crucis: la parola latina nasconde una realta' di dolore e di avvicinarsi alla morte. E' il cammino della croce sul sentiero del Calvario, verso il luogo dell'esecuzione. La parola latina allontana dalla storia di oggi la vicenda tragica e mortale di un uomo, facendone una liturgia, una memoria di un avvenimento lontano, dei tempi di Cristo. E invece e' storia di ogni popolo, di ogni tempo e, in fondo, di ogni persona. Ma non e' staccata da quella sperimentata da Cristo stesso, almeno per coloro che si richiamano al suo insegnamento e vogliono seguire il suo esempio.

Il cammino della croce si rinnova e si continua dovunque ci sia chi soffre o dovunque si producano condizioni di morte per l'umanita'. Ne ripercorriamo uno scelto solo per aver avuto il privilegio e la responsabilita' di esserne parte per lungo tempo, con tanti compagni di strada. Per non dimenticare quel cammino e quelle persone. Comiso, la cittadina siciliana balzata al centro della storia della pace e della guerra europea degli anni ottanta per l'installazione dei missili nucleari, e' stata teatro di questo rinnovarsi storico del cammino della croce per tanti aspetti. Si e' resa possibile, anzi programmata e quindi quasi realizzata, la distruzione della popolazione siciliana. Di vittime ce ne sono state tante.

Tutti pensano in primo luogo all'assassinio di Pio La Torre e del suo autista che sono stati uccisi per l'impegno contro la costruzione della base nucleare. E pure uccisa è stata la "madreterra" in quel posto meraviglioso che per somma cecita' l'autorita' politica-militare aveva scelto al sacrificio giustificandolo come un deserto, senza sapere di quanta vita e' ricco un deserto e come la piana comisana fosse un esteso giardino, straripante di vigneti e coltivazioni di ortaggi.La stessa area dell'ex aereoporto Magliocco era stata trasformata in pascolo per quelle mucche col cui latte si fanno i pregiati formaggi ragusani.

Tutto e' stato scavato, sventrato, trasformato in silos o in città militare con i suoi sbarramenti, fili spinati, interdizioni e vessilli stranieri. In questo scenario di grida "crocifiggilo" si e' vista anche una croce, anzi piu' croci che hanno voluto stabilire un rapporto di connessione tra il cammino di Cristo e quello dei suoi discepoli di oggi. Erano quegli stessi credenti che avevano marciato, dimostrato, cantato e gridato nel variegato popolo della pace che era sceso nelle strade di Comiso, ma prima in molti altri posti, piu' all'estero che in Italia, per fermare la follia della corsa agli armamenti e la minaccia dell'installazione delle nuove armi nucleari sia all'est sia all'ovest. Nelle bandiere, scritte, striscioni o slogan del "popolo della pace" non si vedevano molti simboli religiosi e non era facile riconoscere che molte di quelle persone erano pure per fede seguaci del "principe della pace".

Nel pullulare di bandiere rosse sentivano quasi pudore o contraddittorio portare i loro simboli religiosi che autorita' ecclesiastica e politica avevano fatto apparire quasi dall'altra parte. In fin dei conti non erano andati dei vescovi a benedire prime pietre e ad inviare cappellani militari all'interno di quelle basi militari e sacrilegamente avevano dedicato quei luoghi "sacri" a "Cristo nostra pace"? Era forse ancora tempo nel quale le parole religiose dovevano tacere perche' strutturalmente compromesse e legate a culture e scelte di guerra? E tanti messaggi di pace non corrispondevano poi troppo ambigui e strumentali silenzi ed assenze dai cantieri e laboratori della pace? Sono passati alcuni anni, sono cambiate situazioni e rapporti. Si puo' e si deve guardare con attenzione diversa anche a quelle pagine ed a quei segni deboli ma precisi che allora alcuni cristiani vollero porre e che provocarono loro persecuzioni ed emarginazioni ma nuove e insperate occasioni di crescita e di maturazione.

Una tra queste e' la presenza e la visibilizzazione della croce tra i "segni di pace" nelle strade di Comiso in alcuni momenti forti della sua storia pacifista. Una croce che non e' stata oggetto religioso ma passione, impegno e visione di vita di molti siciliani e i loro fratelli e sorelle di altre regioni e che ha fatto catena con decine di altre simili espressioni, vere liturgie pacifiste, in altri luoghi di morte quali sono soprattutto le basi nucleari, sia in Italia sia all'estero.

Segni di pace di un convento francescano

A Comiso c'e' un convento francescano. Su tutti i suoi muri ci sono segni e scritte di "pace e bene" e il saluto francescano "II Signore ti dia pace!" si ripete dovunque in modo stereotipo. Era un seminario minore dei Frati francescani conventuali, poi l'avevano chiuso come seminario lasciando una piccola comunità di frati in attesa di eventi e tempi migliori. L'imprevista storia militare del paese diede al convento francescano un ruolo ed una funzione nuova ed allo stesso tempo antica.

Mentre i "pacifisti" e le loro istanze venivano fatte oggetto di condanna e di rifiuto da parte dell'autorita' politica e religiosa locale, nel novembre 1982 l'anziano padre guardiano, il buon padre Luigi, accoglieva nel convento una mostra di dipinti del professor Elia Li Gioi di Avola dedicati prevalentemente ai temi della violenza e della pace in Sicilia. Era una cosa nuova. Era una rottura del compatto fronte antipacifisti che aveva caratterizzato non solo la chiesa comisana ma anche il vescovo di Ragusa e gran parte delle strutture religiose diocesane. Se non era una disobbedienza per lo meno era un'ingenuita'. Si era lasciato "strumentalizzare" si mormorava negli ambienti ecclesiastici.

Elia Li Gioi arrivava ad esporre i suoi quadri a Comiso non per semplice ambizione artistica, ma per autentica passione politica e religiosa. Ad Avola, grossa cittadina nella provincia di Siracusa, aveva per anni animato una comunità di base impegnata soprattutto nell'educazione popolare e nel lavoro sociale nel quartiere emarginato della Stazione. Era stato promotore di iniziative scomode per la chiesa e per la tranquillita' politica locale. I tempi del "dissenso cattolico", del referendum sul divorzio e dei "cristiani per il socialismo" avevano visto nella comunita' di base di Avola uno dei punti più attivi e vivaci dell'intera Sicilia. Dalla comunita' avolana "Camminiamo insieme" si era diffuso quel bisogno di partecipazione critica e di fede a testa alta che aveva fatto crescere nell'impegno gruppi di cristiani di Ragusa, Rosolini, Pachino, Noto, Siracusa, ecc. Elia Li Gioi era un laico scomodo nella chiesa e nella societa'.

Era pure un pittore che nei suoi dipinti, quasi tutti religiosi, portava il fuoco delle sue passioni e i contrasti della sua terra violenta e violentata. L'affacciarsi dei problemi della pace l'aveva colto preparato, perche' gia' maturato al pacifismo cristiano dall'impegno contro la guerra del Vietnam. Per questo aveva sempre di piu' messo al centro dei suoi quadri i simboli della pace intrecciati a quelli della violenza. Violenza che si era fatta sentire nell'uccisione dei braccianti ad Avola nel 1968 ma che si faceva sentire in modo piu' continuato e diffuso nel ricatto mafioso, nella criminalita' quotidiana e nella disperazione giovanile.

Elia dipingeva pero' anche i segni di speranza sia delle persone che della terra: le lotte popolari, i progetti innovativi ma sopratutto il sole, i colori forti delle frutta, le impensate fioriture e la luce e il crocifisso in mezzo a tutto. Così aveva fin dall'inizio partecipato a suo modo al "movimento per la pace" e vi aveva portato il suo contributo da artista e da credente. La sua "manifestazione per la pace" a Comiso, provvidenzialmente, non era nelle strade ne' di fronte a una base militare, ma dentro un chiostro francescano, anche se ignorata dalla gran parte della citta' e delle chiese. Da quel chiostro, finito il tempo della mostra, i quadri sarebbero usciti mettendosi in cammino verso altre citta' alle quali portare immagini e messaggi di pace.

Un venerdì santo pacifista

A Comiso si moltiplicavano nel frattempo le iniziative pacifiste. La grande marcia per la pace del 4 aprile 1982 era stata seguita dall'assassinio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre che l'aveva organizzata. I campi per la pace si stabilivano, con diverse organizzazioni e ispirazioni, nelle diverse parti del paese. I comitati per la pace in tutta Italia si moltiplicavano e Comiso era ormai al centro della preoccupazione pacifista di tutto il mondo, particolarmente negli Stati Uniti e nell'Europa del nord. Fu in questo fervore di manifestazioni che nella primavera del 1983 alcuni di noi che avevano partecipato alle precedenti manifestazioni pacifiste decisero di proporre un nuovo segno pacifista nel tempo religiosamente significativo della Settimana santa, a Comiso.

Il venerdi' santo e' tempo di forti emozioni religiose. Le processioni del Cristo morto o le varie forme di via crucis raccolgono piu' partecipazione ed emozione religiosa di tutti gli altri momenti dell'anno, anche in Sicilia.Preparammo allora una via crucis il venerdì santo, "nei luoghi, si diceva nel manifesto d'invito, in cui si prepara la distruzione dell'umanita' di oggi". Durante l'Assemblea dell'Onu per il disarmo a New York nel giugno 1982 avevo preso un disegno di Cristo crocifisso sul fungo nucleare. Sotto c'era la frase di mons. Hunthausen, vescovo pacifista americano, che diceva "I nostri preparativi di guerra nucleare sono la crocifissione globale di Cristo". Senza chiedere nessun permesso allo sconosciuto artista ristampai la stessa immagine in italiano e la portai a Comiso dove la usammo come nostro simbolo per la via crucis nelle chiese e nelle strade di campagna verso la base nucleare. Scoprii poi che quel disegno era di una frate francescano statunitense, Arthur Poulin, pure lui un pittore per la pace e che poi inaspettatamente avrei conosciuto e con il quale quattro anni dopo avrei fatto lo stesso cammino in Sicilia. A quella via crucis del 1983 e' era anche un'altra croce.

Era quella che aveva preparato a Roma un prete operaio,falegname, don Mario Signorelli, e che due preti operai suoi compagni avevano portato in Sicilia. Anche quella croce era molto significativa. Non c'era l'immagine di Cristo ma al suo posto si intrecciavano due missili e sotto la frase: "I potenti della terra hanno trovato una nuova croce per il Cristo e per gli uomini - ma gli uomini con la forza della pace vinceranno". Quella croce ci precedette nelle diverse stazioni della via crucis che quell'anno potemmo fare all'interno di ognuna delle chiese parrocchiali di Comiso, pur sempre partendo dal chiostro francescano.

Di francescano c'era anche una presenza ed una testimonianza che lasciava stupita la gente di Comiso. Portava quella croce fra Paolo Boldrini, un frate scalzo, con un saio rattoppato, membro della famiglia dei Frati Riformati fondata a Corleone da Fra Umile. Fra Paolo a Comiso c'era venuto anche nelle manifestazioni, aveva subito anche lui le violenze contro i pacifisti, ma stavolta portava in braccio la croce. C'era anche un altro frate francescano, Fra Marco Malagola, responsabile di giustizia e pace dell'Ordine dei Frati Minori e due suore francescane degli Stati Uniti. Molti altri sacerdoti e laici camminarono con noi dietro quella croce.

Nella grande chiesa dell'Annunciazione, in quell'insolito pomeriggio del venerdì santo, il parroco mons. Giovanni Battaglia, ci commosse quando applico' alla sua situazione l'avvenimento evangelico del Cireneo che aiuta Gesu' a portare la croce. "Vi ringrazio, ci disse, perche'siete venuti qui e ci aiutate a portare questa croce troppo pesante per le nostre spalle e sotto il peso della quale noi troppo spesso cadiamo".

Quel monsignore, benche' ancor giovane, l'anno dopo non l'avremmo ritrovato piu' a guidare quella parrocchia. Non ce l'aveva fatta piu'....In quella chiesa c'era a predicare per la Settimana santa pure un frate cappuccino delle Marche. Non aveva mai pensato ai problemi della pace né sapeva nulla di Comiso prima di avervi messo piede per la rituale predicazione della settimana santa. Scopri' in quel giorno cosa significa per un francescano essere oggi "strumento di pace".

Venne con noi fino alla base nucleare. Noi concludemmo la nostra preghiera e lasciammo appoggiata a un albero, di fronte alla base che appena cominciava a crescere, la nostra croce. Poi partimmo. Quell'ignoto frate il giorno successivo tornò a piedi alla base dei missili. La croce era stata divelta e spezzata. Il frate se la prese sulle spalle e la porto' fino alla chiesa, attraversando il paese. La consegno al parroco perche' la custodisse come memoria e reliquia importante. Le immagini di quella croce portato da Fra Paolo di fronte alla base dei missili arrivarono a tutto il mondo e per anni costituirono quasi il simbolo e la personificazione della presenza dei cristiani nel movimento per la pace.

Una nuova liturgia pasquale

La struttura di peccato a Comiso cresceva. Soldi, progetti e volonta' politica c'erano, mentre mancavano per ogni struttura sociale. Strade, recinti, scavi, acquedotti, espropri, appalti e subappalti con sospetti di ingerenze mafiose procedevano di gran carriera per ospitare gli ordigni della morte. Cresceva anche l'opposizione dentro Comiso, soprattutto per l'opera del Comitato unitario contro i missili (Cudip), anche se per molti era più forte il miraggio dell'arrivo di un fiume di dollari.

Il "popolo della pace" stava crescendo nel frattempo in tutto il paese. C'era delle cose nuove e tra queste la Con passione ed amore e talento Elia si mise all'opera. Creo' cosi' la croce di Comiso. Come l'anno precedente la mattina del venerdi' santo del 1984 c'eravamo dati appuntamento nel convento dei Frati Francescani. Le altre chiese del paese non erano disponibili ad accoglierci, la' invece volevano vivere alcune ore di incontro, di preghiera e iniziare la giornata di digiuno e di cammino verso la base. Elia con degli amici di Avola ci porto' la sua grande croce.La mettemmo sull'altare come dice la liturgia del venerdì santo. Ce la racconto': la croce grande ha il classico formato francescano della croce di S. Damiano.

Il Cristo dipinto ha il volto femminile perche' sono le donne quelle che piu' sono in croce nel mondo di oggi. Ai suoi piedi si libra in volo una grande colomba bianca, simbolo della pace. Ma e' una colomba insanguinata perche' si e' abbeverata alle piaghe di Cristo e perché in Sicilia (ma forse solo in Sicilia?) l'impegno per la pace costa sangue. E' il sangue di Pio La Torre, del generale Dalla Chiesa, di Mattarella, e di innumerevoli altri che si sono impegnati contro la violenza mafiosa, quella mafia che qui a Comiso, nell'innalzarsi inarrestabile delle strutture della morte celebra le sue vittorie.

Ma quali vittorie? Elia Li Gioi ha voluto ricordare e ricollegare alla morte di Cristo la morte degli uomini anti-violenza. Anche loro vinceranno come Cristo attraverso la croce.Ai piedi della croce, sotto la colomba, sono dipinti 10 straripare di vita e di calore della terra siciliana nella quale si incunea la croce di Cristo e dell'umanita' crocifissa oggi a Comiso.

La via crucis quell'anno aveva un particolare carattere penitenziale, non privo di uno spunto polemico. Il vescovo di Ragusa, mons. Angelo Rizzo, nell'inverno precedente era infatti andato con solennità a benedire la prima pietra della chiesa nella base dei missili. Una chiesa da quattro miliardi che, diceva lui per giustificarsi, sarebbero stati pagati dagli Americani. Lui di suo ci aveva messo, diceva sempre, l'amore e la passione per la pace per cui l'aveva dedicata a "Cristo nostra pace".

Il fatto aveva suscitato grande scalpore. L'estate precedente davanti alla base c'era stato il più duro scontro tra forze dell'ordine e pacifisti. Tra questi c'era anche Fratel Paolo. Le immagini di quella risposta nonviolenta alla durezza della repressione poliziesca era ancora negli occhi di tutti. Don Giancarlo Griggio, l'assistente regionale degli scouts, nella predica aveva detto: "Non un tempio a Cristo ma a Marte, il dio della guerra, poteva essere eretto la'". Don Giancarlo con tanti giovani e ragazze dello scoutismo cattolico erano a guidare la via crucis di quel venerdì santo.

Con loro, come l'anno precedente, le Piccole Sorelle di Gesù da Vittoria ed altri sacerdoti della diocesi di Ragusa, di Siracusa, di Palerm,di Catania, ecc. Quell'anno la base militare ci apparve come un gigante che sta uscendo da una bottiglia pescata nel mare. Alle nostre spalle c'era un gigantesco deposito d'acqua sottratta alle falde della fertile campagna circostante. La' concludemmo la via crucis aggiungendo alle quattordici stazioni tradizionali, che si fermano alla morte e sepoltura di Cristo, una quindicesima che era la resurrezione: perche' io so che se egli muore e' solo per tre giorni e poi tornata alla vita e oggi vive!

La croce l'avevano portata a spalle durante i sette chilometri dal convento alla base nucleare i diversi gruppi che avevamo preparato i testi e le meditazioni delle stazioni. Alla fine la riportammo al convento dei Frati Francescani. La misero nel salone parrocchiale, sulla parete principale, segno e pegno della vocazione pacifista della comunita' francescana.

Un divieto di pregare in chiesa

A Comiso intanto il cantiere della pace ferveva non meno che quello della guerra. Convegni, seminari, incontri e iniziative pacifiste facevano del paese il centro dell'attenzione e anche dello scontro della frontiera pacifista europea. Anche nella chiesa le divaricazioni e lo scontro si faceva più forti su questi temi. Condanne poche ma tanti, tanti silenzi ed assenze che manifestavano il giudizio negativo su chi si impegnava ed agiva e partecipava.

La marcia per la pace da Milano a Comiso, nell'autunno del 1984, aveva registrato contrastanti accoglienze. Mentre a Roma, nella chiesa dell'Aracoeli, la chiesa del Comune, si celebrava una messa con P.Onorio Pontoglio, vicario generale dei Francescani e con il premio Nobel della pace Adolfo Perez Esquivel, e a Molfetta il nuovo vescovo mons. Tonino Bello salutava i simboli pacifisti insieme a migliaia di studenti, a Ragusa il vescovo condannava un gruppo di sacerdoti della diocesi che avevano firmato un messaggio di benvenuto.

"Vi fate strumentalizzare", aveva ripetuto per l'ennesima volta. A Comiso a salutare i marciatori venuti dal nord, quel giorno piovoso di dicembre 1984, c'era anche una suora domenicana degli Stati Uniti, Sister Marjorie Tuite, una donna eccezionale per il suo impegno sociale a Chicago tra i neri e per la pace in Nicaragua dove avrebbe contratto la malattia che la spense nel 1986.

Una donna assai poco conosciuta in Italia, moltissimo negli Stati Uniti. Tanto scomoda che forse in futuro la canonizzeranno. Tra le sue imprudenze anche quella di essere venuta a Comiso e di avere parlato da suora in piazza quando il vescovo voleva che i cristiani stessero a casa. Ogni anno il venerdi' santo riporta la memoria della passione e morte di Cristo. Sapevamo che molti sacerdoti avrebbero voluto venire alla via crucis ma ne erano impediti dalle loro funzioni nelle chiese il pomeriggio del venerdi' santo. Sperimentammo allora, nel 1985, una nuova formula.

Il pomeriggio del venerdì santo alle tre del pomeriggio facemmo una veglia di preghiera davanti alla base nucleare. La croce di Elia Li Gioì era al centro, appoggiata a un albero di olivo, e noi seduti tutt'intorno tra i fiori e gli alberi che cantavano la bontà della madreterra e il suo anelito di pace. La fraternità dei partecipanti era più vasta per la presenza di alcune testimonianze di lontano. C'erano molti membri della Pax Christi di Roma e di Catanzaro, ma soprattutto c'erano quattro suore francescane degli Stati Uniti.

Tra queste una era la nostra "madre spirituale" Suor Rosemary Lynch, una donna piu' che settantenne che era già venuta a Comiso l'anno precedente con una delegazione di donne americane per 1' 8 marzo e che ci avrebbe ispirato con la ricchezza della sua passione francescana pacifista vissuta di fronte al Nevada Test Site, il luogo dove gli Stati Uniti effettuano tutti i loro esperimenti nucleari, nel deserto del Nevada. La' i Francescani dal 1981 passano la quaresima in silenzio, digiuno e testimonianza pacifista.

Con loro avevamo stabilito un rapporto di comunicazione e "simpatia" costante. Avevo fatto si' che Suor Rosemary tornasse in Italia e con lei ero andato in decine di comunita' di suore, specialmente di clausura, dove parlando in perfetto italiano aveva mostrato le immagini della follia nucleare e della opposizione francescana. Anche loro il venerdì santo facevano una lunga via crucis nel deserto del Nevada e arrivati alla linea proibita andavano oltre e venivano arrestati.

Ma come erano contenti di dimostrare che avevano obbedito prima alla legge di Dio che a quella dei signori della guerra. Un'esperienza forte che ci lasciava sempre commossi e ammirati, sia per la persona che l'animava che per la ricchezza di significati e di partecipazione. Quell'anno Suor Rosemary aveva lasciato il Nevada ed era venuta con noi a Comiso anche per significare che in fondo era l'unica lotta per la pace. Passammo il pomeriggio seduti a terra, nella preghiera e nella meditazione, fino al calar del sole. Al centro del nostro cerchio c'era una croce fatta di due rami di olivo legati.

L'avevano portata quelle suore francescane dalla loro casa generalizia in Roma. La' era arrivata dal Brasile, mandata dalle loro suore per il capitolo generale che avevano appena concluso. Una croce dei poveri che sono i piu' crocifissi e quelli che Dio ha scelto come i primi del suo Regno di pace. La croce brasiliana sarebbe rimasta a Comiso custodita con amore da due giovani scout che l'avrebbero riportata fedelmente gli anni successivi e che ancora l'hanno nella loro casa, in quella specie di museo diffuso che ogni partecipante alle varie manifestazioni ha costruito nelle sue camere o nelle sue chiese.

A sera accendemmo le fiaccole e continuammo a lungo uniti in catena umana fosse nella recita del Padre nostro o nel canto di "we shall overcome... noi ce la faremo". La mattina del sabato santo dovevamo riunirci nella chiesa dei Francescani, fermarci per una lunga meditazione e poi di la' procedere verso la base dei missili. Invece la' ci aspettava una dolorosa sorpresa. Il vescovo di Ragusa (quello che era andato nella base a benedire la chiesa) aveva proibito ai Francescani di accoglierci.

Invano il superiore, il buon padre Luigi, aveva supplicato ed aveva anche pianto con il vescovo. Per il vescovo quella "liturgia pacifista" era solo una dimostrazione politica e non aveva niente a che fare ne' con la settimana santa ne' con la religione. P.Luigi ci consegnò la croce di Elia Li Gioi che aveva custodito con amore per tutto l'anno e si chiuse nel suo solidale e sofferente silenzio. Noi mettemmo quella croce davanti alla porta della chiesa, chiusa con il divieto di pregare.
Fu una mattinata di dolore.

Facemmo un cerchio attorno a quella croce. C'erano suore francescane di tre diverse congregazioni con un grande striscione "Pace e bene", le Piccole Sorelle di Vittoria, le Suore carmelitane di Modica, ma sopratutto c'erano molti sacerdoti della diocesi di Ragusa venuti a dire in modo aperto il loro dissenso dalle decisioni del vescovo. Fu Don Mario Pavone, parroco a Ragusa, che diede il benvenuto ai partecipanti a nome di "una parte della chiesa locale".
C'era anche il parroco della cattedrale mons. Giovanni Occhipinti e tanti, tanti giovani scouts cattolici in divisa. La via crucis fece sosta nella piazza principale, con una testimonianza alla citta' e poi continuo' nelle strade di campagna fino alla base dei missili. Davanti all'ingresso principale don Gianni Mazzillo, della Pax Christi, professore di teologia al seminario di Catanzaro, ricordo' le morti di Cristo ieri e oggi. Poi si continuo' lungo il recinto della base, dove dietro diversi sbarramenti di filo spinato si vedeva quanto avanzati fossero ormai i lavori per accogliere i missili atomici.

Facemmo l'ultima stazione, la quindicesima, dedicata alla resurrezione, nella campagna, sotto gli olivi, in un terreno tutto pieno di fiori. Significativamente al centro della croce di Elia Li Gioi era stata attaccata una grande fotografia di mons. Oscar Romero, il martire della liberta' e della pace in Salvador, l'avvocato dei poveri, l'uomo che aveva detto "possono pure uccidermi ma io risuscitera' nel mio popolo che cammina verso la liberazione ".

Quell'anno non tutti tornarono a casa dopo la via crucis di Comiso. Anna Luisa Leonardi, Lorenzo Porta e Mario sentirono talmente forte la contraddizione tra quel gigante della morte e la propria impotenza che decisero di fermarsi davanti ai cancelli della base. La' si sedettero e rimasero a fare del proprio corpo un ostacolo contro la crescita della base. Costretti a spostarsi, vi tornarono ancora finché furono arrestati e portati in carcere a Ragusa, dove soffrirono molto e diedero una grande testimonianza di obbedienza alla coscienza nella pratica della disobbedienza civile.

Il divieto di pregare emesso dal vescovo era destinato a produrre forti reazioni. Don Giovanni Finito, sacerdote di Ragusa promotore della via crucis fin dall'inizio, decise infatti di scrivere una lettera aperta al vescovo comunicandogli che non poteva più restare in comunione con lui e decideva di sospendere il suo ministero sacerdotale nella diocesi. "Nella chiesa antica le chiese sono state il luogo d'asilo anche per i peccatori e gli assassini, come e' possibile che oggi si proibisca di entrarvi per pregare?". Laicamente avrebbe continuato la sua testimonianza evangelica per la giustizia e la pace.
Altra reazione era quella delle suore francescane che tornate a Roma, con carta intestata della loro congregazione (due di esse infatti erano consigliere generali), scrivevano al vescovo di aver vissuto una profondissima esperienza religiosa augurandosi di poter vivere in futuri anche con lui tali momenti di grazia. Sia l'uno che le altre non ebbero risposta. La croce di Elia Li Gioi, appesantita da questa nuova contraddizione, tornò nel convento dei francescani dove rimase custodita con più amore di prima.

In pellegrinaggio ecumenico per la pace

Di fronte alla base dei missili a Comiso era sempre stata forte e visibile la presenza degli evangelici sia italiani che stranieri. Liberi dalle esitazioni e compromessi della gerarchia cattolica italiana avevano con coraggio testimoniato il vangelo della pace. Nel 1982 un campo internazionale teologico aveva fatto incontrare ad Adelfia non lontano da Comiso decine di teologi e militanti cristiani e no di tutto il mondo per valutare alla luce del vangelo i nuovi passi della corsa degli armamenti.

Le chiese valdesi, battiste e metodiste avevano preso degli impegni precisi. Non erano stati pero' tra i promotori della via crucis, anche se alcuni vi avevano partecipato, per ragioni teologiche.La via crucis infatti e' una forma di devozione tipicamente cattolica ed e' totalmente estranea alla teologia protestante l'immagine del crocifisso. La nuda croce per i protestanti e' simbolo e rappresentazione di quel passaggio di Cristo attraverso la morte per arrivare alla resurrezione e non puo' essere rappresentata in modo separato da essa. Il desiderio che ci fosse una testimonianza comune della famiglia dei credenti in Cristo spinse a trovare forme nuove di espressione.

Dalla settimana santa del 1986 si inizio' infatti a fare non piu' la via crucis ma il "pellegrinaggio per la pace". Si voleva anche dimostrare che Comiso era solo la punta dell'iceberg di un processo di militarizzazione della Sicilia, anzi dell'intero sud e che quindi non ci si doveva concentrare solo su quella base. Si volevano coinvolgere anche altre comunità civili e religiose, diminuendo la pressione su quelle di Comiso che ormai reagivano in modi spiacevoli. Ed allora organizzammo un pellegrinaggio da Palermo a Comiso. La domenica delle Palme eravamo accolti in una parrocchia alla periferia di Palermo, a Brancaccio, e la sera in una comunita' valdese.

Camminavamo per le strade della Sicilia con uno striscione viola con la frase di Dietrich Bonhoeffer: "Osare la pace per fede". Il giorno successivo a Villabate, ancora nel cuore della violenza mafiosa. Poi a Mistretta,sui monti Nebrodi destinati a diventare un poligono di tiro. La popolazione intera ci accolse. La gente aveva paura e vedeva i suoi pascoli e i suoi boschi distrutti dalle arroganze militari. Un'assemblea popolare in chiesa raccolse per la prima volta tutto il paese. Suor Clara, suora brasiliana, i frati carmelitani di Pozzo di Gotto, Giuseppe Florio, un gruppo di giovani di Marineo offrirono testimonianze e incoraggiamento alla lotta popolare per la pace.

Poi facemmo una significativa veglia davanti alla base militare di Sigonella, vicino a Catania. Don Giovanni Piro, parroco di S.Pietro a Paolo a Catania, dettò la meditazione biblica, insieme a Bruno Gabrielli responsabile della commissione pace e disarmo delle chiese evangeliche italiane. Da Sigonella pellegrinaggio per la pace nelle strade di Catania. Il giorno dopo base di preghiera ad Augusta, di fronte al porto militare, con sullo sfondo i sommergibili ed altre unita' della flotta.
Il parroco che ci accoglieva disse piangendo: "Ci dispiace di essere così pochi, ma qui tutti vivono su quest'industria militare e quante minacce ho ricevuto per questa preghiera pacifista". Poi ancora in cammino verso Siracusa, dove nella parrocchia di Boscominniti celebrammo con la comunita' parrocchiale la festa del giovedi' santo. Il venerdì santo eravamo a Comiso, non piu' dai francescani ma in piazza. Un giovane pastore valdese, Mauro Pons, e un obiettore ci coscienza della Caritas dissero alla citta' perche' eravamo li', in quel giorno e in quel modo. Poi il cammino verso la base.

Ci tennero molto lontani, come al solito circondati da carabinieri e polizia. Erano le tre del pomeriggio quando leggemmo il racconto della passione di Cristo. Giuseppe Florio ci aiuto' a calarla nella storia e nei drammi di oggi. Al collo avevamo tutti un cartoncino viola, voleva un po' richiamare i vecchi scapolari, con disegnata una bomba su una altare e tutti prostrati ad adorarla. Sotto era scritto: "No agli idoli di metallo" e la frase di Bonhoeffer "II cristiano è chiamato ad osare la pace per fede".

Lo offrimmo a tutti coloro che si unirono a noi, anche per breve tratto. Una confessione di peccato ("abbiamo lasciato costruire un mondo basato sul sistema di guerra") e una professione di fede, lette da Bruno Gabrielli ci unirono e ci impegnarono prima di lasciarci. Quell'anno per la prima volta aveva camminato con noi ed aveva pregato con noi anche Morishita, un monaco giapponese buddista che a Comiso aveva stabilito la sua base di preghiera e di lotta nonviolenta. E' venuto a nome di una congregazione di monaci buddisti giapponesi che hanno vissuto di persona le tragedie di Hiroshima a Nagasaki e vanno in tutto il mondo a dire alla gente che non ci si prepari più per simili catastrofi. Morishita è stato parte integrante della storia di Comiso.

Ha saputo farsi amare ed essere presente a ogni momento di lotta con il suo modo di pregare e di testimoniare in modo nonviolento l'esigenza della pace. Pagando di persona. Tutti da Comiso sono andati e venuti, hanno fatto campeggi e case della pace. Morishita è rimasto fisso. Ogni giorno ha girato attorno al recinto della base dei missili, ha pregato e ripetuto migliaia di volte la sua invocazione, ha sorriso e ripetuto ai tutti il suo inchino e la sua benedizione. Ha digiunato e pellegrinato, ma è rimasto lì perche' la pace e' l'unica ragione della sua vita e della sua vocazione monastica. La Pasqua del 1987 arrivava in pieni venti di guerra.

Il bombardamento della Libia e la presenza della flotta americana nel mare siciliano costituivano un contrasto drammatico coi voti di pace di tanta gente. Tra i recenti fatti nuovi c'era stata anche la mobilitazione della base cattolica italiana in risposta all'appello "Beati i costruttori di pace" formulato nel Veneto.In sintonia con quest'appello organizzammo ancora il pellegrinaggio per la pace della settimana santa del 1987. Partimmo dall'estremo confine orientale della Sicilia. Le tappe furono Messina, poi ancora Catania, Siracusa e infine il venerdi' santo a Comiso. A tutti davamo come segno di compagnia nel viaggio e negli ideali un adesivo con la frase "Beati i costruttori di pace" e il testo di quell'appello.

Il simbolo della croce ci accompagno' in modo nuovo. A Ragusa alcuni adulti erano andati in campagna con i bambini ed avevano preparato centododici croci di legno d'olivo, tante quanti erano i missili nella base di Comiso. Le portavano sopratutto i bambini ma anche i grandi a significare i preparativi di morte e l'impegno per la vita. La sera del venerdi' santo, finito il pellegrinaggio, queste croci furono portate o mandate alle diverse comunita' che avevano espresso solidarieta' e simpatia e che non avevano potuto partecipare, o furono portate nelle famiglie per restarvi onorate come "la croce di Comiso". Un'altra croce ci accompagno' allora.

L'aveva portata dall'Olanda Anna Wagemaker, una volontaria pacifista olandese che per un anno era stata preziosa "missionaria della pace" al Centro interconfessionale per la pace a Roma. Era la "croce di poveri", fatta di paglia nel Terzo mondo. Ogni giorno questa croce viene usata alla base dei missili emise in Olanda, a Woensdrecht dove i Francescani hanno stabilito una "sentinella per la pace". La' si prega e si accoglie fraternamente chi si impegna per la pace. Due volte al giorno, si recano in silenzioso pellegrinaggio alla gigantesca base, mettono il povero crocifisso sui fili spinati e restano in preghiera.

E' un impegno portato avanti per anni dalle famiglie francescane olandesi. "Pace e bene" non è un saluto, è un impegno. Da Roma era venuto anche un francescano tedesco, Horst, che ci parlò di un'altra croce della pace. Quella dei religiosi e religiose tedesche che avevano costituito il gruppo "ordensleute fuer den Frieden" (Religiosi per la pace) e che si radunavano alla Pentecoste a Mongenblacht, Anche loro di fronte alla base dei missili. Anche loro con una croce che sosteneveano a turno, giorno e notte, come sentinelle per la pace. Avevano scelto la Pentecoste perche' San Francesco aveva voluto quel giorno per il capitolo generale dei suoi frati.

Anche loro facevano un capitolo generale e studiavano come mettere la pace al centro delle loro nuove regole di vita e di impegno. Domenicani, gesuiti, benedettini, francescani, frati e suore, rifondavano la loro testimonianza evangelica e la loro vocazione nell'impegno per la pace. Tramite Horst ci avevano mandato un messaggio per considerarli presenti a Comiso.
Altra testimonianza commovente era quella di Marie Lou Boelcke, una ragazza americana, che anni prima era stata in prigione negli Stati Uniti per aver fatto delle azioni di disobbedienza civile nella fabbrica dei missili cruise. Piangeva ricordando quanto aveva sofferto per fermare quelle macchine da guerra che ora vedeva lì erigersi superbe. La voce piu' forte fu però quella di P.Alessandro Zanotelli, il missionario comboniano, animatore dei "Beati i costruttori di pace". Dopo la lettura della passione, alle tre del pomeriggio del venerdi' santo, davanti alla base della morte ci grido' la disperazione dei poveri e la rivolta alle leggi di morte che lì si facevano minaccia ù visibile ai paesi del terzo mondo e specialmente di quell'Africa che era a pochi chilometri da noi.

Portaerei, cacciabombardieri sempre in volo, scorrazzamento di lanciamissili per le strade della Sicilia, e di fronte tante piccole croci in mano a tanti piccoli uomini...E le chiese zitte! impegnate anzi a far tacere chi dava voce a chi non aveva voce! Nei mesi successivi si rendeva sempre piu' evidente che il gigante aveva i piedi di argilla. Ragioni economiche, lungimiranza e ispirazione profetica spingevano sulla sia del disarmo.
Gli accordi tra Gorbachov e Reagan avevano destinato allo smantellamento anche la base dei missili cruise di Comiso. Era questione di tempo. Non era pero' ne' la fine della corsa agli armamenti ne' sopratutto la speranza di pace per il sud del mondo, sempre prigioniero della logica perversa che vede i ricchi diventare sempre più ricchi a spese dei poveri che diventano sempre piu' poveri. E poi le croci della Sicilia non erano solo i missili.
C'era la presenza massiccia degli stranieri, la droga, la mafia e la distruzione dell'ambiente. Per questo nella primavera del 1988 organizzammo ancora il pellegrinaggio per la pace dall'est della Sicilia scegliendo posti significativi dove comunità o gruppi amici fossero impegnati su questi temi.

La partenza, la domenica delle palme, fu da Trapani, presso una comunità di ex-tossicodipendenti, "Mondo X", diretta da un frate francescano, sul monte Erice. Poi tappa a Mazara del Vallo, affrontando con le suore Francescane Missionarie di Maria e la comunità valdese il problema della enorme presenza di stranieri nella città e nell'isola, e del poco o nulla che si fa per loro e con loro. A Sciacca era visibile e palpabile la distruzione dell'ambiente. Ad Agrigento, dove l'intera citta' con il vescovo gii univa al pellegrinaggio di pace, colpiva il contrasto tra l'armonia dei templi greci e la condizione disumana della citta' per la mancanza d'acqua o per lo scempio edilizio.

Il giovedi' santo a Riesi, una cittadina ad alta frequenza mafiosa, la comunita' valdese ci ospito' per approfondire i temi della mafia e delle responsabilita' dei cristiani. Tema rischioso, sapendo di avere alcuni parenti dei mafiosi stessi in sala ad ascoltare. Il venerdi' santo a Comiso fu quasi una festa di famiglia. C'era gioia perche' ci si ritrovava insieme dopo tanto tempo, ma pure perche' finalmente i missili se ne stavano per andare. Sul muro della base venivano attaccati tanti disegni di colombe con messaggi di pace preparati da una scolaresca delle Suore Figlie di Maria Missionarie di Mazara del Vallo.

Tutti sapevamo pure che togliere i missili da Comiso non era l'affermarsi della pace. Forse, pensavamo, era un nuovo pericolo. Troppi avrebbero dimenticato che appena pochi chilometri piu' in la' cominciava un mare Mediterraneo pullulante di sommergibili a propulsione nucleare, pieni di missili con decine di testate atomiche ultrapotenti e ben difficilmente controllabili, e che il cielo sarebbe rimasto affollato di aerei carichi di bombe, minacciosi non piu' per la Russia ma per i paesi del Terzo Mondo, quelli del Nord Africa in primo luogo.

Il nostro cammino era aperto da uno striscione verde con la scritta "Insieme per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato" ed aveva accanto il simbolo dell'incontro francescano dell'agosto successivo ad Assisi. Volevamo infatti che la partenza da Trapani, via Comiso, fosse parte di quel lungo cammino che si chiamava pure "processo conciliare" e che vedeva i cristiani impegnati per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.


L'idea era stata del pastore tedesco Dietrich Bonhoeffer che nel 1934 aveva invocato un concilio di tutte le chiese per la pace. Solo nel 1983 a Vancouver, nell'Assemblea mondiale del Consiglio ecumenico delle chiese la proposta era diventata decisione. I Francescani dell'Europa del nord avevano accolto la proposta e avevano invitato ad Assisi per fare un "Dialogo ecumenico europeo su giustizia, pace e salvaguardia del creato".

Con loro il progetto era organizzato dalla Pax Christi, dal Mir e da Church and peace. Si sarebbe svolto ad Assisi dall'8 al 12 agosto 1988. Ci si avviava a questo appuntamento europeo partendo dalle periferie e portando ovunque l'augurio e l'impegno di pace e bene per le persone e per la madreterra. Dopo Assisi ci sarebbe stata la grande Assemblea ecumenica europea su giustizia e pace a Basilea dal 15 al 21 maggio 1989. Poi l'Assemblea mondiale di Seul, dal 5 al 12 marzo 1990.
Tutte tappe di un cammino ecumenico per realizzare la "sequela radicale di Cristo in un'epoca di sopravvivenza": "L'amore di Dio cerca in primo luogo i deboli, i poveri e gli oppressi. Dio non dimentica le vittime della violenza umana. Noi potremo fare esperienza della presenza e dell'amore di Dio quando ci identificheremo con coloro che soffrono e prenderemo parte alle loro lotte contro i poteri oppressivi che disumanizzano le persone e distruggono la faccia della terra.

La collera e la ribellione degli oppressi costituiscono un segno di speranza per un futuro più umano" - e' detto nel documento finale dell'Assemblea di Seul, nel preambolo teologico. Le chiese partecipanti all'Assemblea di Seul si sono impegnate a "superare lo spirito, la logica e la pratica della deterrenza con armi di distruzione di massa...a far chiudere le basi militari e ritirare le truppe da paesi stranieri a sollecitare la radicale riduzione e la successiva abolizione di tutte le armi nucleari". Quanto da fare anche perche' gli impegni di Seul sono stati scarsamente recepiti e diffusi in molte chiese. A Comiso non siamo piu' andati il venerdi' santo.

Ci sono pero' sempre tante croci che si innalzano dinanzi alle basi della morte per dire un no. Basti ricordare l'aereoporto di S.Damiano, vicino a Piacenza, base dei bombardieri atomici Tornado e dove ogni anno si continua a fare una significativa ed affollata via crucis prima di Pasqua o infine l'aeroporto di Crotone dove e' stato deciso di accogliere i cacciabombardieri F16 e dove nel 1989 facemmo il venerdi' santo per la pace. Lì si alzano poche voci contro. Se i vescovi della metropoli di Bari, saputo dell'arrivo dei micidiali aerei avevano alzato la voce per dire un forte no, non altrettanto facevano con ambiguita' diplomazie quelli della Calabria.

Non era successo lo stesso a Comiso dove ben due vescovi si erano sottomessi alle ragioni del potere (dopo il vescovo di Ragusa anche l'ordinario militare mons. Bonicelli era andato nella base a inaugurare la chiesa per i soldati italiani) e solo un monaco buddista aveva eretto la sua "stupa" con le parole della pace e del rifiuto delle armi? Che rispondera' il vescovo di Crotone alla lettera di un contadino apparsa sul giornale il 12 luglio 1990? "Sono un contadino al quale dovrebbero espropriare la terra per costruire la base aerea per gli FI6.

Da qualche anno conduco una battaglia contro queste armi e molte sono le iniziative che ho fatto: lettere a Cossiga, a Giovanni Paolo II, al vescovo di Crotone, a molti altri personaggi e politici. Poiche' ho sofferto la morte di un figlio per distrofia muscolare e ho sempre vissuto nella speranza che sarebbe guarito, perche' la scienza avrebbe potuto aiutarlo con le sue ricerche. Ricerche non per costruire armi che creano miseria e disperazione. Ho voluto compiere un atto concreto: ho dato un ettaro di terra, che mi dovrebbe essere espropriata, per la costruzione di un centro handicappati.

Se ciò non bastasse, sono disposto a dare un altro pezzo di quella terra per costruirci una chiesa invece della base, da dedicare alla pace, un luogo di preghiera e di fratellanza fra gli uomini al posto di armi segno di prepotenza e offesa.

Firmato Antonio Raniero, Catanzaro" (II Manifesto 12 luglio 1990, pag. 2). Il vescovo di Ragusa andava nella base, a benedire la chiesa. Il contadino di Crotone offre la sua terra perche' si costruisca la chiesa invece della base. Chissa' perche' solo i poveri capiscono queste verita' così semplici ed evangeliche? Gesu' nel Vangelo prega così: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli" (Luca 10,21).

I dotti, i sapienti e i potenti l'avrebbero ripagato con la croce. Ad Avola, la citta' siciliana di trentamila abitanti nella provincia di Siracusa famosa per le sue lotte bracciantili ormai si combatte un'altra attaglia, quella della droga e della mafia che su di essa costruisce le sue attuali fortune. La citta' e' tra quelle in Italia che hanno maggior numero di vittime della violenza mafiosa in rapporto al numero degli abitanti.

Elia Li Gioì quando era assessore comunale aveva affrontato direttamente il problema con una lettera aperta ai tossicodipendenti e l'apertura di un telefono verde per quanti avevano bisogno di assistenza. Ma non si doveva intervenire in questo campo. Disturbava tutti i politici. Ignoti mafiosi gli bruciarono la casa in montagna. Elia poi non fu più assessore. Quest'anno nei giorni della settimana santa ci sono stati tre ammazzati per il commercio della droga. Elia Li Gioì ha sollecitato fortemente le comunita' parrocchiali a prendere posizione contro questo trionfo della violenza.

L'invito è stato raccolto. In tutte le chiese, nel mese di maggio c'e' stata una settimana di sensibilizzazione e responsabilizzazione sulla violenza mafiosa. Hanno stampato un manifesto significativo. E' un quadro di Elia Li Gioì del 1984. Al centro c'e' una grande foto dell'assassinio di Pio La Torre e del suo autista, uno in braccio all'altro, quasi moderna pieta'. Un pezzo di giornale al centro con un titolo "no alla violenza mafiosa" e sotto, nel quadro, la terra di Comiso.

Il manifesto, firmato dalle comunita' parrocchiali di Avola, continuava con una tragica frase "E la passione continua". E' storia di ieri, e' storia di oggi. Grazie o Signore, perche' al termine di questa storia della croce, dopo la passione, ci hai messo anche la resurrezione! E grazie anche per averci fatto conoscere tanti Oscar Romero o Antonio Raniero o Elia Li Gioì che ce la rendono presente, anticipata e goduta gia' oggi, anche se solo a frammenti.


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