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Educare all'alterità, alla responsabilità, all'incontro

Prof. Rocco Agnone, Dirigente CSA (ex Provveditorato agli Studi) di Ragusa

Alterita', incontro, responsabilita' sono categorie la cui comprensione e' legata alla riflessione su ulteriori categorie come quelle di identita', di relativismo, pace o guerra.
Un simile approccio viene suggerito peraltro da un contesto culturale nel quale ad es. il rapporto con altre culture o altre religioni e' associato al tema dell'identita'.

Per alcuni, appartenenti anche ad una cultura non ispirata da valori religiosi, la situazione attuale, caratterizzata da una forte presenza di musulmani anche in Europa e da un terrorismo islamico particolarmente virulento, impone la riscoperta e la valorizzazione dell'identita' cristiana.

In questo tipo di posizione, pur nella varieta' delle sfumature, e' evidente che il particolare accento posto sull'identita' cristiana e' connesso ad una preoccupazione: quella di impedire il prevalere di una diversa dimensione culturale-religiosa ed e' anche associata alla piu' o meno dichiarata superiorita' della cultura o dei valori del cristianesimo che in un certo senso vengono assimilati ai cosiddetti valori occidentali.

Guardando, poi, alla realta' del sistema formativo, a sentire dichiarazioni di autorevoli aspiranti dello staff tecnico del ministro dell'istruzione o a leggere documenti ufficiali attinenti alla riforma della scuola, sembra proprio che anche la promozione del "conseguimento di una vera formazione spirituale", di cui all'art. 2, co 1 - lett. b), della legge 53/03, sia funzionale alla realizzazione di una formazione in ultima analisi religiosa costitutiva di una identita' cristiana, necessaria per potere dialogare con le diverse culture religiose degli stranieri immigrati, particolarmente arabi, la cui sempre maggior presenza in Italia e' inevitabile.

Si ritiene che un simile approccio al problema del rapporto con l'altro e gli altri, a parte una serie di altre considerazioni sul versante della natura politica dello stesso, sia alquanto debole e, comunque, alquanto diverso con la visione dell'altro e dell'incontro con l'altro propria del Dio di Gesu'.
Questa diversa visione e' evidente gia' in alcuni grandi intellettuali del Novecento, che hanno indagato in profondita' il rapporto con l'altro e con il divino.

Ci si riferisce a Martin Buber e a E. Levinas, quest'ultimo, a suo tempo, internato in un campo di concentramento e la cui famiglia venne sterminata dai nazisti. Significativa l'espressione di M. Buber: " La persona si fa Io solo nel tu".
Significativo, inoltre, che per E. Levinas, il quale vedeva le radici della tragedia nazista nel rifiuto dell'altro proprio di gran parte della cultura dell'occidente, "gli altri non ci vengono incontro solo dal contesto, ma ... significano per se stessi" e che " non puo' esserci alcuna conoscenza di Dio a prescindere dalla relazione con gli uomini".

Gia' da questo tipo di visione emerge un elemento fondamentale: costituzionalmente, o meglio ontologicamente, l'io non esiste senza il tu, la relazione e' un fatto strutturale e all'interno di essa, al di la' delle manifestazioni contingenti, i soggetti sono portatori di una eguale dignita', di una forte autonomia, presupposto indispensabile per un rapporto autentico.

Il Dio, poi, di cui e' manifestazione Gesu', cosi' come appare nei Vangeli, e' il Dio Padre che in quanto tale ha creato il mondo quale espressione della sua natura che e' Amore. Cio' significa che l'atto della creazione costituisce l'alterita', segnata da una duplice connotazione: alterita' che in quanto tale e' autonomia e liberta', alterita' che in quanto prodotto dall'Amore non puo' che non realizzarsi in un rapporto d'amore con l'Altro e, quindi, con gli altri ( l'alterita', dunque, non e' lontananza, separazione, ma e' vicinanza).

Da cio' consegue anche che la dimensione di vita del Dio-Gesu' e' una dimensione improntata alla poverta' assoluta, soprattutto alla poverta' intesa come privazione di qualsiasi potere mondano anche legittimo, perche' l'identificazione con qualcuno di questi poteri significherebbe far assurgere il relativo ad assoluto e non essere vicino a tutti gli uomini. A stretto rigore nessuna cultura puo' identificarsi con il Dio di Gesu', nessuna cultura puo' contenerLo.
Non a caso Gesu' si e' autodefinito anche il figlio dell'uomo, senza alcuna specificazione, cioe' Colui che e' vicino alle esigenze piu' profonde di ciascun uomo, e comuni a tutti gli uomini, prima ancora delle diversificazioni culturali prodotte dalle singole storie di vita.
E' colui che allo stesso tempo e' prima ed e' alla fine, in quanto orizzonte costante della storia dell'uomo nella quale la diversita', se compresa come parzialita', puo' diventare una ricchezza per una crescita comune costantemente proiettata in avanti.

E allora il problema di chi si sforza di vivere la propria vita nella dimensione del Dio di Gesu' non e' quella di comparare culture e religioni per decretare superiorita' o di preoccuparsi che abbiano a prevalere altre culture o religioni e quindi di predisporre un sistema, a volte anche conflittuale, per difendere identita' culturali. La sua preoccupazione, dunque, e', invece, quella di essere attento alla sofferenza variegata degli uomini e ai loro autentici bisogni per dare in modo disinteressato il proprio contributo alla loro crescita e di essere pronto a ricevere a propria volta la ricchezza che gli altri possono dargli, perche' per lui l'alterita' e la diversita' di per se' non sono un pericolo ma una ricchezza, almeno potenziale, che va aiutata appunto a crescere per cercare di costruire tutti insieme un mondo allo stesso tempo vario e armonioso.

Per chi vive questa dimensione del rapporto con gli altri e con il divino, in definitiva, l'altro sfugge ad ogni tentativo di appropriazione e l'apertura all'altro viene data senza calcolo, prima di ogni identificazione. Costui, inoltre, non si preoccupa di esportare valori che altri non hanno, come quello ad es. della democrazia, ma che da il proprio contributo alla nascita di quella che J. Derrida' ha chiamato la democrazia del domani, cioe' una democrazia che diventi migliore aprendo alla cittadinanza di coloro che oggi sono con molta difficolta' piu' o meno ospitati in una condizione di notevole precarieta'.
In un quadro cosi' delineato diventa facile capire che l'essenza dell'incontro e' cio' che da pienezza alla categoria della responsabilita'
Responsabilita', la cui natura viene mirabilmente colta nella seguente citazione di E. Levinas:

"Il volto mi chiede e mi ordina

La parola Io significa eccomi;

Fare qualcosa per un altro. Donare: Essere spirito umano significa questo.
Io non intercambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirmi a tutti, ma nessuno puo' sostituirsi a me. Questa e' la mia inalienabile identita' di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoeinsky dice: "Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutti, davanti a tutti e io piu' di tutto per gli altri".


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