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Siti di paci

Prefazione

Questa silloge di liriche dialettali rappresenta il vero e proprio esordio di Pippo Di Noto, anche se le sue composizioni poetiche da molti anni sono presenti sui più svariati fogli culturali e periodici di poesia, e inoltre si affermano egregiamente nei premi letterari. Si può, anzi, dire che questo giovane autore ragusano vanti già un valido e accreditante curriculum che precede - per l'appunto - la pubblicazione di questa sua "prima opera".
In altri termini, Pippo Di Noto non è poeta ai primi approcci ma figura già conosciuta e stimata sia per il suo impegno di intellettuale che per la sua stessa produzione letteraria. Non passi inosservato, intanto, il fatto che questa sua prima raccolta di resti viene alla pubblica ribalta sotto il titolo assai significativo di Siti di paci, cioè "sete di pace".
Non è affatto un'arcadica pace agreste - come avrebbe potuto cantarne il grande Giovanni Meli - quella che Pippo Di Noto invoca, e neppure la pace interiore delle solitàrie anime contemplatrici che fanno un eremo dello spirito tutta la loro esistenza terrena. Intanto è "sete di pace", cioè un bisogno forte di pace, che non è ancora la pace. È la "sete" di qualcosa che non c'è nella vita, nella storia, nella società.
Essa, nella sua idealità, è invece ben presente nella coscienza (ma anche nella 'coscienza civile') del nostro poeta ibleo, come lo è il dramma che investe il mondo di oggi lacerato drammaticamente dall'odio e dalle guerre.
Ed è ben presente anche nella sua coscienza di intellettuale cattolico fervente la voce sofferente e solenne che il Sommo Pontefice accoratamente leva da Piazza San Pietro ad invocare il segno della pace tra i popoli della terra, tra i più poveri e i più provati, affinchè ci siano per tutti la giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani, la libertà da ogni forma di bisogno.
Il titolo che Pippo Di Noto ha voluto dare a questa sua "prima opera" di poesia è come un impriting, ma più precisamente, come un sigillo che ne contrassegna indelebilmente la profonda vocazione morale e spirituale. Ed è proprio nelle composizioni liriche che formano il primo gruppo della silloge, quelle raccolte sotto il titolo dì A statii san Martinu (L'estate di san Martino) che si leggono i versi più direttamente votati alla rappresentazione delle grandi sofferenze sociali del mondo di oggi, ma pure di quelle che affliggono la terra di Sicilia e dello stesso territorio ragusano.
Emblematica sia la scena che il poeta tratteggia efficacemente sullo sfondo del "bagghju re casi ri Coffa" (il cortile delle case di Coffa) dove un padre infelice, in attesa che ritorni in casa il figlio, "si pigghja ri scantu / pirchì non scopri / nuddu pararisu".
Nessun paradiso nei cieli tristi della condizione umana tra le genti siciliane e non solo tra le case della Coffa. Al di là, infatti, degli immediati e concreti riferimenti di realtà, il tema che Pippo Di Noto riporta nelle sue poesie investe soprattutto l'assenza (o la caduta) del "paradiso" dalle sorti umane di tutte le "case di Coffa " del mondo, nella misura in cui quel luogo assurge a simbolo di più ampio significato.
Ed è sulla medesima idea della realtà umana in Sicilia che pure "a rrussa" (cioè il vento di scirocco che viene dai deserti dell'Africa del nord e arroventa l'isola) perde - nella iconografia lirica di Pippo Di Noto - i connotati di evento consueto della natura e simboleggia "na minnitta / di na terra / ca vi-ri li so figghi / marturiati".
E qui le due parole-chiave, quelle archetipiche si potrebbe dire, sono due: la parola "vendetta" (minnitta) e la parola "martirio" relativa ai figli martoriati. Però bisogna accedere ad un senso meno letterale della idea di "minnitta" che, riportata alla condizione di patimento esistenziale dei "figli" riguarda la "cattiva sorte" sociale (impietosa come una 'vendetta') che pesa sul destino della terra siciliana.
Siamo sui versanti socio-storici di quella letteratura della "sicilitudine" che, dopo la stagione verghiana, trova nel neo realismo le sue espressioni più alte. Ma qui la modernità dei riferimenti sociali e l'attualità dei filoni "narrativi" ci riporta a quella tradizione dell'impegno sociale che ha caraterizzato tutta la storia della poesia dialettale siciliana dopo Alessio Di Giovanni fino ad Ignazio Buttitta.
Di segno tematicamente diverso sono le poesie contenute nella seconda parte della silloge, quella intitolata Canti a la matti. È la figura della madre che qui campeggia, e la poesia di Pippo Di Noto si apre ai più interiori paesaggi dell'anima e dei sentimenti. Il dettato lirico assume perciò tonalità da intensa emotività e nello stesso tempo di sensibilissima delicatezza.
Il lettore potrà confrontarsi con più di un componimento e lasciarsi coinvolgere dal clima di commozione che vi si respira più in generale in questa seconda parte della intera raccolta il poeta rivela la propria fondamentale natura di lirico, cioè di cantore di sentimenti dell'anima, e in particolare, di quelli più forti e radicali. Al tema della madre, a quello dell'amore, si accompagna anche - con sottili venature di malinconia - il tema supremo della vita e della morte, quello della precarietà del vivere che si risolve nella catarsi della grande speranza, della fede religiosa che è punto di approdo e nello stesso tempo di avvio.
Si tratta di temi che probabilmente Pippo Di Noto avrà agio di riprendere nelle sue successive prove di scrittura per condurli verso esiti ancora più alti. Ciò dico poiché questa mi sembra la parte più significativa di Siti di paci e tale il nucleo tematico per ulteriori ricerche poetiche, Lo stile, l'idea di dialetto, la " ragusanità" lessicale e antropologica di questo giovane poeta siciliano, infine, sono ben conseguenti alla lezione più alta della poesia neodialettale del secondo Novecento letterario italiano.

SALVATORE DI MARCO


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